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La Chiesa: declino o purificazione? P. Bartolomeo Sorge sj



Di fronte al sensibile calo della pratica religiosa, alla drastica diminuzione delle vocazioni, alla contestazione aperta del Magistero, alla trasgressione dei precetti ecclesiastici, non mancano coloro che parlano di «declino» della Chiesa. Noi invece siamo convinti che si tratta non di declino ma di purificazione. In altre parole, la Chiesa vive oggi uno di quei passaggi della sua storia quando lo Spirito Santo – che la guida – la rinnova, la riporta alla purezza delle origini, perché continui fedelmente a rendere presente Cristo nel mondo e ad annunziare il Vangelo. Come già è avvenuto più volte nella sua storia bimillenaria, «tornano i tempi apostolici».

La crisi presente è da collegare certamente anche ai profondi cambiamenti sociali e culturali che hanno accompagnato la transizione dal mondo moderno al mondo post-moderno. Essi hanno portato alla fine del cosiddetto «regime di cristianità», nato in Occidente con il decreto di Costantino del 313 d.C. e, tra alterne vicende, giunto fino al XX secolo. All’inizio del terzo millennio, la sovrapposizione tra fede e politica, fra trono e altare, tra spada e crocifisso che aveva caratterizzato i secoli della «cristianità», appare definitivamente superata: sia sul piano storico, a seguito dei processi di secolarizzazione del mondo contemporaneo, sia sul piano teologico, a seguito delle acquisizioni del Concilio Vaticano II. Di conseguenza, alla Chiesa sono venuti a mancare gli appoggi e i privilegi, dei quali ha goduto durante il «regime di cristianità», quando era universalmente considerata come una potenza tra le potenze. Oggi essa si ritrova povera e disarmata in una condizione per molti aspetti simile a quella delle origini, nonostante rimangano non pochi residui del vecchio potere, dai quali la Chiesa si deve ancora liberare.

Gli ultimi pontefici, in particolare Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, vedendo venire questa crisi di purificazione, hanno preparato i cristiani ad affrontarla con coraggio. La Chiesa – ha scritto papa Wojtyla − «non può varcare la soglia del nuovo millennio, senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà dell’oggi»[1]. Le difficoltà – puntualizza a sua volta Benedetto XVI – provengono solo dai condizionamenti esterni, ma anche dai peccati e dalle infedeltà interni alla Chiesa: «Non solo da fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa […]. La più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa. E quindi la Chiesa ha profondo bisogno di re-imparare la penitenza, di accettare la purificazione»[2].

Dunque, dopo la fine del «regime di cristianità», tornano i tempi apostolici. Come è avvenuto altre volte, la Chiesa vive un kairòs, un tempo difficile ma prezioso, che lo Spirito Santo le concede per rinnovarsi e ritornare alla purezza delle origini. Ci poniamo, quindi, tre domande: 1) Quali «segni» indicano che la Chiesa non è in declino, ma in fase di purificazione? 2) Quale consapevolezza ne ha la Chiesa? 3) Che cosa fare?


1. Quali i segni?

Una lettura attenta dei «segni dei tempi» mostra con chiarezza che la Chiesa oggi vive un periodo di purificazione. Essi sono soprattutto: a) il neopaganesimo contemporaneo; b) il fatto di essere in minoranza e perseguitata; c) la ricca fioritura di nuovi carismi.

a) Il neopaganesimo contemporaneo

Un primo segno dei tempi che consente di parlare di un ritorno dei tempi apostolici è il prevalere nel nostro tempo di una cultura senza Dio, «neo-pagana». Il mondo moderno, rigetta ogni legame tra cultura e fede, in nome di una totale secolarizzazione della vita e del costume. Respiriamo una cultura senza Dio, materialistica e consumistica, che apre la via a deviazioni morali e a forme di violenza spesso più raffinate di quelle del paganesimo antico. Grazie alle risorse della scienza e della tecnica di cui disponiamo, l’uomo oggi è «convinto – scrive Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate – di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società […]. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale»[3].

In altre parole: la «ragione» prende le distanze dalla «fede»; si nega che scienza e religione possano accordarsi. La politica e l’economia rifiutano ogni rapporto con l’etica. Il positivismo e lo scientismo dominanti tendono a eliminare dall’orizzonte umano tutto ciò che oltrepassa i sensi o che non può essere verificato sperimentalmente. La religione, dunque, è considerata (o tollerata) tutt’al più come una mera questione soggettiva, ma senza rilevanza pubblica. Ritorna la tentazione di sempre: che bisogno c’è di Dio, se l’uomo basta a se stesso e si può liberare con le proprie mani? Ma non è così – risponde Benedetto XVI – «il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un’intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell’uomo, nell’orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere. […] Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia»[4].

In una parola la «modernità», nonostante le mète straordinarie raggiunte in tutti i campi grazie allo sviluppo eccezionale della scienza e della tecnica, ha favorito il riaffermarsi di una cultura pagana, che esalta le deviazioni morali, la violenza, il danaro, il sesso, il potere, più o meno come avveniva nel paganesimo antico. È vero: tutte le ricerche sociologiche mostrano che oggi rinasce negli uomini e nelle donne il bisogno di Dio; ma si tratta per lo più di un’aspirazione religiosa puramente naturale, che non apre alla fede, ma scade facilmente nella superstizione o in deviazioni del tipo New Age.

b) Una Chiesa in minoranza e perseguitata

C’è un secondo «segno dei tempi», che annunzia il ritorno dei tempi apostolici: come agli inizi della Chiesa, anche oggi i cristiani si ritrovano in minoranza. Siamo di fronte non solo a un calo vistoso della pratica religiosa, ma a una forte e generalizzata caduta della fede, più visibile nei Paesi di antica evangelizzazione. L’adesione al Vangelo e al Magistero della Chiesa continua a perdere progressivamente la sua dimensione visibile, societaria e ispiratrice di cultura e di costume. Con l’aggravante che, oltre a essere minoranza, i cristiani oggi sono anche perseguitati; proprio come ai tempi apostolici. «La Chiesa – ha scritto Giovanni Paolo II – è diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei riguardi dei credenti – sacerdoti, religiosi e laici – hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo. Sono tornati i martiri»[5]. E la persecuzione dei cristiani, proprio ai nostri giorni, sta crescendo paurosamente, fino a trasformarsi – come ha denunciato ripetutamente Benedetto XVI – in una vera e propria «cristianofobia».

Queste considerazioni non devono portarci a cedere al pessimismo. Quella attuale è una fase di purificazione, permessa da Dio in vista del rinnovamento della Chiesa, non del suo declino. Infatti, «essere minoranza» è la condizione originaria del «piccolo gregge» (Lc 12,32), come Gesù definisce la sua Chiesa. Essa è nata per essere lievito. Ogni qualvolta, lungo i secoli, tende a divenire forte, ricca o potente, lo Spirito che la guida s’incarica di ricondurla alla povertà delle origini. È quanto oggi sta puntualmente accadendo, dopo i fasti e i privilegi del «regime di cristianità». «Minoranza» però non è sinonimo di «marginalità». La Chiesa, per quanto minoritaria, povera e perseguitata, non potrà mai essere marginale nel mondo, perché in lei c’è Cristo. Nonostante i limiti, è mandata ad annunziare il Vangelo a ogni uomo, a tutte le nazioni. La missionarietà sarà sempre un elemento essenziale della Chiesa.

c) La ricca fioritura di nuovi carismi

C’è, infine, un altro «segno dei tempi» che legittima oggi il parallelo con i primi tempi apostolici: è l’esperienza di vivere un periodo carismatico della storia della Chiesa, il cui inizio risale alla celebrazione del Concilio Vaticano II. Infatti, è evidente ai nostri giorni la generale riscoperta della Parola di Dio come seme vivo, anzi come Persona vivente, che chiama, converte e guarisce con la medesima potenza dei primi tempi cristiani. Basta guardare alla straordinaria fioritura che la Parola di Dio sta producendo – in ogni parte del mondo – di movimenti di spiritualità, di testimonianza e di servizio evangelico soprattutto verso i poveri e gli emarginati.

Un’ulteriore conferma del momento carismatico che la Chiesa oggi attraversa è certamente il cammino ecumenico dei credenti verso l’unità, per la quale Cristo ha pregato prima di affrontare la Passione, «affinché il mondo creda» (Gv 17,21). Di fronte alla crisi dei valori e al pericolo di un distruttivo relativismo morale e nonostante paure e recriminazioni, le Chiese avvertono maggiormente la necessità di ricostituire tra di loro l’unità – secondo il volere di Dio – per illuminare le coscienze e per servire più efficacemente alla costruzione della pace e della giustizia nel mondo.

In conclusione, la presente situazione di prova e di purificazione in cui versa la Chiesa anticipa – come sempre è avvenuto lungo i secoli – una nuova primavera cristiana. Rimane valido il giudizio positivo di Papa Wojtyla: «Se si guarda in superficie il mondo odierno, si è colpiti da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo. Ma è questo un sentimento ingiustificato: noi abbiamo fede in Dio Padre e Signore, nella sua bontà e misericordia. In prossimità del terzo millennio della Redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l’inizio»[6].


2. La Chiesa ne è consapevole?

L’impressione generale è che ancora la comunità ecclesiale non si sia rassegnata alla fine del «regime di cristianità». Lo si ammette a voce e per scritto, ma nella vita concreta e nell’impegno pastorale si continua come se nulla fosse accaduto, come se la popolazione fosse ancora tutta credente ed evangelizzata, come se i valori morali cristiani fossero tuttora condivisi dalla stragrande maggioranza della nostra gente. Si ha la netta sensazione che, oltre al calo e all’abbandono della pratica religiosa, il ripetersi di eventi importanti (come i referendum popolari a favore del divorzio e dell’aborto, il dissenso aperto con il Magistero sui temi di bioetica, sui problemi dell’inizio e del fine-vita, sulle coppie di fatto e sulla morale familiare e sessuale; per non parlare della insignificanza dei cattolici in politica, dell’assuefazione di fronte a scandali pubblici intollerabili) non siano ancora sufficienti ad aprire gli occhi sul grado di scristianizzazione a cui siamo giunti.

Ciò porta la Chiesa a vivere sulla difensiva, con il pericolo di vedere dappertutto attacchi e nemici, fomentando un clima di vittimismo. Di conseguenza, cresce l’avversione per il mondo moderno, ogni critica rivolta alla Chiesa viene sentita come un’accusa e respinta con intolleranza, si fatica a riconoscere i propri torti. La ragione è che si pensa ancora in termini di «cristianità», quando le istituzioni ecclesiastiche e i loro pronunciamenti erano garantiti dall’autorità statale e dai privilegi concordatari, quando la stessa teologia parlava di cristianizzazione del mondo, e riteneva che missione della Chiesa fosse anche quella di guidare la società e di essere garante della cultura della nazione.

Dal canto suo, la società civile, pluralistica, laica e per molti aspetti post-cristiana, guarda con diffidenza le iniziative della Chiesa e gli orientamenti della sua dottrina sociale, perché, dopo la lunga esperienza della «cristianità», rimane il sospetto che il Papa e i vescovi – nonostante i cambiamenti in atto – cerchino d’imporre (magari sotto forme nuove) l’egemonia ecclesiastica sul piano politico e legislativo.

Anche per quanto riguarda la vita interna della comunità ecclesiale, soprattutto per quanto riguarda la valorizzazione della missione e della vocazione dei fedeli laici (uomini e donne) nella Chiesa e nella società, si ha l’impressione che non ci si renda conto del profondo cambiamento, che ha affievolito o spento la fede di tanti battezzati. Non è solo questione di riconoscere ai fedeli laici spazi nuovi e responsabilità maggiori nella vita ecclesiale. Il vero problema è quello dell’educazione a una fede matura: «Solo una viva preoccupazione per la fede delle persone sarà capace di costruire un nuovo equilibrio dei rapporti della Chiesa con la cultura contemporanea, che non le impedisca di manifestare il proprio giudizio morale sui temi che vi si dibattono, ma che allo stesso tempo non sia – né sembri che lo sia – volontà d’imporre alla società e alle sue istanze legislative le decisioni da adottare, invece di proporre a tutti il suo Vangelo, con i suoi valori, come fonte d’ispirazione per tutti coloro che sono alla ricerca della soluzione più giusta dei problemi del bene comune»[7]. È questo il punto nevralgico. Se mancano uomini e donne di fede adulta, saranno vani i tentativi, per quanto coraggiosi e necessari, di rinnovamento pastorale, sociale e politico.

Dunque, è un errore continuare a impostare la pastorale come se la maggioranza della gente abbia una fede sicura, magari rimasta sotto la cenere. Le cose non stanno così: «la crisi dei rapporti fra Chiesa e società ha il suo punto nevralgico nella crisi della fede. Solo partendo dal mettere in primo piano, quindi, l’attenzione alle persone, da raggiungere nei loro bisogni interiori e nella loro ricerca del senso, e la cura dell’annunzio del Vangelo, la Chiesa potrà demolire le barriere fra la sua parola e le coscienze e rapportarsi positivamente con la cultura contemporanea, la vita e gli assetti della società civile. Non perché il Vangelo non venga a contestare il costume di vita dominante, ma perché la sua proposta si dirige alla libertà di decisione delle persone e non può appoggiarsi al potere delle istituzioni»[8].


3) Che fare?

Nella profonda crisi di fede favorita dal diffondersi del secolarismo, del nichilismo e del relativismo morale che insidiano le intelligenze e le coscienze, «tanto più importante è perciò – afferma Benedetto XVI – che la fede cattolica si presenti in modo nuovo e vivo e si mostri come forza di unità, di solidarietà e di apertura all’eterno di ciò che è nel tempo»[9].

Di fronte alla deriva del positivismo e dello scientismo, che negano la verità e la consistenza di tutto ciò che supera i sensi e non è sperimentalmente verificabile, «la religiosità deve rigenerarsi – dice Benedetto XVI – e trovare così nuove forme espressive e di comprensione. L’uomo d’oggi non capisce più immediatamente che il Sangue di Cristo sulla Croce è stato versato in espiazione dei nostri peccati. Sono formule grandi e vere, e che tuttavia non trovano più posto nella nostra forma mentis e nella nostra immagine del mondo, che devono essere per così dire tradotte e comprese in modo nuovo. Dobbiamo nuovamente capire, ad esempio, che il concetto di male ha davvero bisogno di essere riconcepito. Non lo si può mettere semplicemente da un canto o dimenticarlo. Deve essere riconcepito e trasformato dal suo interno»[10].
La sfida è difficile, perché bisogna cercare nuovi linguaggi, mantenendo fedeltà alla verità del Vangelo: «Bisogna sempre chiedersi cosa, di quello che un tempo valeva come essenzialmente cristiano, sia stato in realtà solo espressione di una data epoca. Cosa, dunque, è veramente essenziale? Cosa appartiene al Vangelo? Cosa cambia col mutare dei tempi? Cosa non gli appartiene? Il punto decisivo in fin dei conti consiste sempre nel fare la giusta distinzione»[11].

Che fare? Severino Dianich, nello studio dedicato proprio a questo tema, insiste giustamente sulla necessità del dialogo e di impostare la pastorale secondo i nuovi orizzonti aperti dal Concilio. Non possiamo non fare nostra la sua conclusione:

La parola di Dio risuonante sulle labbra di Gesù fu anche parola pienamente umana, e anche chi non crede nella sua divinità può percepirne e apprezzarne molti valori. Parlare di Gesù e del suo messaggio al mondo non cristiano non significa solamente fare una proposta di fede, ma anche sottoporre alla considerazione e alla valutazione degli uomini la proposta di vita dell’uomo Gesù, la cui vicenda umana rappresenta una pagina della storia di tutti, dei credenti e dei non credenti. […] per sua natura ogni uomo ha una capacità recettiva degli stessi ideali evangelici che anche chi non accederà alla professione di fede in Cristo potrà coltivare e attuare.

È vero che nei Vangeli non troviamo la risposta a ogni problema etico che insorge, ma è vero che vi troviamo ben di più. Non potremo addurre esplicite citazioni evangeliche per condannare l’aborto, l’eutanasia, la ricerca sulle cellule staminali, l’ingiustizia della disoccupazione e del rifiuto di accoglienza degli immigrati, ma l’altissima considerazione di Gesù per la persona umana sarà sempre e per chiunque una provocazione capace di risvegliare le coscienze e muoverle alla ricerca delle soluzioni più alte dei problemi che agitano la vita sociale e politica […].

In questi ultimi anni non è solo il problema politico a condizionare pesantemente l’opera dell’evangelizzazione. Il coinvolgimento di preti e vescovi nello scandalo della pedofilia, la denuncia di transazioni finanziarie condotte in maniera scorretta o disonesta da istituzioni ecclesiastiche hanno logorato gravemente l’autorevolezza morale della Chiesa […]

Certamente la nostra Chiesa è destinata nel prossimo futuro a ulteriori spoliazioni. […] La spoliazione a cui la Chiesa in futuro sarà esposta, per il calo numerico dei fedeli, la perdita d’influenza sulla società, la riduzione delle sue proprietà e dei suoi mezzi d’azione, dovrebbe portare con sé un solo rammarico, quello per gli uomini che perdono la fede, perché li amiamo e, se non godono della bellezza della fede, ce ne dispiace moltissimo. […] In maggiore povertà e con più sincera umiltà recupereremo una più ampia libertà e, quindi, l’entusiasmo e l’audacia per andare incontro a tutti, non con l’ansia di doverci scontrare con degli avversari, ma con la parola del Vangelo da donare al mondo[12].
È questa la «nuova primavera cristiana» a cui ci stiamo preparando vivendo responsabilmente la purificazione attuale della Chiesa.


[1] Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente (1994), n. 33.

[2] Benedetto XVI, Intervista ai giornalisti in volo verso il Portogallo per il X anniversario della beatificazione dei pastorelli di Fatima (11 maggio 2010).

[3] Id., enciclica Caritas in veritate (2009), n. 34.

[4] Ivi, nn. 70. 78.

[5] Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente (1994), n. 37.

[6] Id., enciclica Redemptoris missio (1990), n. 86.

[7] S. Dianich, Chiesa, che fare?, in Il regno. Attualità, n.20 (15 novembre 2010), 718.

[8] Ibidem.

[9] Benedetto XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Libreria Editrice Vaticana, 2010, 164.

[10] Ivi, 192.

[11] Ivi, 200.

[12] S. Dianich, art. cit., 720 s.


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 01-LUG-11
 

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